8 - 9 MARZO 2010
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Tre prime assolute.
Omaggio a Monteverdi

9 marzo ore 20.30  -  Teatro Ponchielli  -  Cremona
Tre prime assolute.
Omaggio a Claudio Monteverdi
"Contemporanea"

GIORGIO BATTISTELLI
IVAN FEDELE
LUCA FRANCESCONI
La sezione "Contemporanea" di MusicAcross rende omaggio in questa sua seconda tappa, all'opera di Claudio Monteverdi - "inventore" della musica moderna e del "recitar cantando"- proponendo un doppio concerto: il primo, lunedì 8 marzo 2010 al Teatro Dal Verme di Milano, e il secondo, che si inserisce all'interno del Festival Monteverdi, martedì 9 marzo al Teatro Ponchielli di Cremona.

Per l'occasione saranno presentate in prima assoluta le composizioni che MusicAcross ha commissionato a tre tra i maggiori compositori italiani del nostro tempo - Giorgio Battistelli, Ivan Fedele, Luca Francesconi. Tutti e tre i lavori si ispirano, se pur con modalità diverse, all'opera monteverdiana reinterpretandone lo spirito con un linguaggio del tutto originale.

Inventis facile est addere è il titolo del brano di Giorgio Battistelli, che vede impegnato un corposo ensemble formato da ottoni, percussioni, archi, tastiera sampler e pianoforte.

Attraverso di Luca Francesconi è affidato alla voce di soprano e ad un consort di legni, ottoni, percussioni, archi, pianoforte.

Thanatoséros è la creazione di Ivan Fedele per soprano, tenore e un ensemble strumentale con legni, ottoni, archi, arpa, pianoforte e tastiera midi.

A eseguire le tre nuove opere è stato chiamata musikFabrik, importante ensemble di musica contemporanea del panorama internazionale. Come suggerisce il suo nome, musikFabrik si dedica specificamente all'innovazione artistica: il lavoro del gruppo è dedicato in forma quasi esclusiva alla proposta di opere nuove o inedite, affrontate in stretta collaborazione con i loro autori. I concerti saranno diretti da Peter Rundel, sensibile interprete del repertorio del nostro tempo e vedranno la partecipazione del soprano Valentina Coladonato e del tenore Sandro Naglia.
Giorgio Battistelli
INVENTIS FACILE EST ADDERE

La musica di Monteverdi dalla quale ho preso spunto proviene dai Madrigali guerrieri e amorosi, dunque dal Libro VIII dei Madrigali. Dalla prefazione del Libro VIII ho tratto anche il titolo Inventis facile est addere. Queste indicazioni, scritte proprio da Monteverdi, mi sono sembrate il suggerimento di un compito e di una sfida. Inventare aggiungendosi al lavoro altrui, variando o magari distorcendo il lavoro altrui, non è necessariamente più facile in un'epoca come la nostra, nella quale tutto lo spettro di possibilità che va dall'interpretazione al tradimento, dalla citazione alla dissimulazione, è stato ampiamente battuto e ribattuto. Da quelle parole di Monteverdi ho voluto prendere spunto per compiere un viaggio diverso: non partire dal mio linguaggio per trasformare quello di Monteverdi, ma imparare dalla sua lingua per modificare la mia.
Vanamente, dunque, si cercherebbero qui delle citazioni: ce ne sono, si possono riconoscere volendo piccoli frammenti sparsi. L'ambito della citazione, però, non è quello in cui ho voluto portare la sfida che proveniva da Monteverdi. Dalla sua musica ho cercato semmai di riprendere la dimensione materiale e gestuale. L'aspetto performativo e teatrale, rappresentativo, prevale perciò sul gioco del reperimento di singole somiglianze. Sin da quando ho lavorato sul Combattimento di Tancredi e Clorinda, nel 2005, avevo capito del resto che la ricerca di affinità e somiglianze non è il modo giusto per lavorare non tanto su Monteverdi, ma con lui. La musica di Monteverdi mette in gioco strategie di elusione più che di riconoscimento, di travestimento più che di identificazione, di equivoco più che di comprensione. Di qui l'idea di accogliere la funzione costruttiva da lui assegnata ai ritmi, alle dinamiche, ai timbri, e di comporre una musica il più possibile libera dal rovello mentale della profondità e dell'interiorità, esonerata dalla psicologia e dal romanticismo. Sappiamo quanto Nietzsche fosse diffidente nei confronti della profondità e raccomandasse, semmai, la superficie. Risalendo alle origini della lingua musicale moderna riconosciamo in Monteverdi un filosofo della maschera e dell'apparenza e desideriamo leggerlo con gli occhi di Nietzsche, un po' come Borges ha voluto fare con il Don Chisciotte seguendo il lavoro immaginario di Pierre Menard. Leggendo Monteverdi in questo modo troviamo in lui, oggi, quella che Luciano Berio definiva "la complessità della semplicità". L'ornamentazione, le fioriture, la prevalenza di uno sviluppo orizzontale rispetto al dominio della verticalità, dimensione più adatta allo scavo del mondo interiore, è ciò che riflette nella composizione una convinzione insieme rinascimentale e contemporanea: quella per cui la profondità può essere un inganno.
Avendo voluto lavorare sulla materia e sul gesto della musica di Monteverdi, non si troverà in questa mia nuova composizione la voce, non si troverà il canto. Solo in chiusura dall'impasto dell'orchestra emergerà un suono vocale, sia pure in maschera, cioè campionato. Una sola nota, un Re, che si estende solo su quattro battute sopra una dissolvenza incrociata degli archi subito prima che la musica si spenga nel silenzio, per evocare con quell'unica nota la memoria di una voce ridotta a gesto sonoro e non, come pure avviene nella musica di Monteverdi, a ingrediente drammatico ed espressivo. Proprio la memoria è l'altro aspetto su cui gioca una composizione basata su elementi ricorrenti, ostinati come possono esserlo alcune figure ritmiche inventate da Monteverdi e da lui donate al futuro della musica perché questa potesse aggiungervi invenzioni ulteriori, non necessariamente più facili. Intensificazioni della dinamica e del movimento si alternano, qui, a momenti di sospensione, sfere di suono più rarefatto nelle quali tutta l'agitazione precedente si disperde come in uno stato gassoso subito prima di tornare a farsi solida e di ricominciare il suo corso. Alcune anomalie timbriche incidono tagli nel tessuto sonoro come se un altro gesto, preso dall'arte figurativa del Novecento, collaborasse con le fioriture monteverdiane e fare della musica un luogo di rammemorazione e di pensiero. Compare per esempio il pianoforte. Alla fine, come si è detto, appare la voce. Ma è una voce paradossalmente assente, è l'elusione della voce più che l'aggiunta del canto. È la maschera di Monteverdi che, sotto mentite spoglie, torna a giocare con noi la strategia musicale dell'inganno.
Luca Francesconi
ATTRAVERSO

La voce segue gradazioni progressive di pathos.
Dopo una invocazione sommessa e accorata alle Muse e alle loro cetre, una Musica imperturbabile canta una linea raggelata, fuori dal tempo.
Man mano che la drammaturgia si compie il canto si carica di espressività, fino al un climax di disperazione molto umana, di reazione emotiva estrema all'ingiustizia della sorte.
Ma è solo quando quando ritrova la componente di mistero evocata dai suoni che Orfeo accede ad una dimensione "altra", trascendente.
Il pezzo è una rilettura a volo radente della storia di Orfeo, attraverso una scelta minimale di versi tratti dall'originale di Alessandro Striggio.
In un certo senso ho intravisto le forze oscure che muovono celate dietro il racconto e, probabilmente, dietro la vita di ciascuno.
Gli occhi che ossevano, come succede nell'Orfeo, sono spesso femminili e pervasi di una misteriosa accettazione del destino: come di un accidente inevitabile. L'unico testo "maschile", cioè cantato da Orfeo, è legato al momento della volontà, della risoluzione razionale: combattere il Fato fino in fondo con i propri versi ("se alcuna cosa i versi ponno, n'andrò sicuro ai più profondi abissi").
Alla presenza del Dio traghettatore alle soglie dell'Ade, Orfeo però si trasforma in musica lui stesso. La sua perorazione perde i connotati verbali e razionali e diventa un rituale incantatorio, ipnotico. È pronto a varcare una soglia, attraverso una linea invisibile. Solo grazie a questa trasfigurazione (e dunque alla musica) egli riesce a entrare nel Regno delle Ombre.
Fortuna che viene vanificata, nel tentativo di uscirne con Euridice, dall'avventatezza tutta umana del dubbio.
Questo costante squilibrio fra istinto e dubbio razionale, è il tormento dell'uomo.
Ancora una volta la donna sottolinea l'assurdità di questa condizione, con una struggente verità: "Così per troppo amor dunque mi perdi?".
Ivan Fedele
Thanatoséros  (2009)

Quando MusicAcross mi commissionò una nuova composizione per il Festival Monteverdi di Cremona, composizione che avesse un legame con l'autore dell'Orfeo, pensai subito a ciò che non avrei voluto fare, ovvero non avrei utilizzato alcuno spunto musicale derivato dalla musica del compositore cremonese. Pensai piuttosto che avrei preferito ispirarmi al tempo di Monteverdi, alla letteratura per esempio, e mi rivolsi subito alla Gerusalemme liberata che è la fonte del testo del Combattimento di Tancredi e Clorinda. La scelta di questo episodio, che nella mia versione è mantenuto pressoché inalterato con alcune compressioni o dilatazioni operate nel rispetto dell'originale del Tasso, è stata determinata dal forte impatto emozionale che ha sempre avuto su di me. In esso possiamo ritrovare tutti i caratteri del mythos (la parola che racconta) a cui tanta letteratura e la psicanalisi stessa hanno fatto sovente riferimento attraverso nuovi testi, glosse e rielaborazioni (logos, la parola che spiega). La vicenda è in sé emblematica e collega strettamente la vita alla morte attraverso quel legame impalpabile e al tempo stesso tremendamente forte che è l'amore: l'amore che genera vita e il conflitto che ignora l'amore (Tancredi non sa che il suo avversario è l'amata Clorinda) sono le antitesi di un'eterna dialettica che in questo caso tanto più si fa struggente quanto più è fatale. Nella psicologia freudiana la diade è presentata anteponendo l'amore alla morte: éros e thanatos. In Thanatoséros avviene il contrario: non solo, ma viene eliminata la congiunzione quasi a voler significare un legame ancor più stretto, un abbraccio indissolubile tra morte e amore. I due personaggi sono stati pensati come attori di un duello più metafisico che fisico e le opzioni musicali hanno spesso prediletto ossimori espressivi in cui, sovente, a un testo concitato viene associato un carattere straniato, quasi che i due contendenti fossero nella condizione surreale di guardare se stessi duellare in slow motion. Altrove invece, come in un montaggio cinematografico molto serrato, il focus dell'immagine ritorna sui soggetti in prima persona a mo' di punteggiatura drammaturgica. Il narratore che si inserisce tra una scena e l'altra è una voce trattata elettronicamente (la mia...) che ha il compito non solo di descrivere e commentare il già noto, ma anche di esaltare il suono delle parole lavorando sulle formanti del timbro fino a trasformarlo perfino in quello di una giovane donna. Nelle mie intenzioni questa composizione è una scena lirica che bene si abbinerebbe, in un dittico o un trittico, con altri brani che con essa avessero un legame (penso, che so, a un Orfeo che composi in forma radiofonica alcuni anni orsono).
Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli Cremona
Corso Vittorio Emanuele II, 52 - 26100 Cremona
tel. 0372.022.001 / 0372.022.002
e-mail: info@teatroponchielli.it
www.teatroponchielli.it

INGRESSO LIBERO



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